Per anni, Donald Trump si è presentato come l’outsider ribelle che avrebbe posto fine alle “guerre stupide” dell’America. Si è scagliato contro l’establishment della politica estera, ha deriso gli artefici della guerra in Iraq e ha promesso ai suoi sostenitori che, sotto una presidenza “America First”, gli Stati Uniti si sarebbero presi cura prima di tutto del proprio popolo.
Quel messaggio ha contribuito al successo della sua originaria coalizione populista, attingendo a un malcontento interno molto reale nei confronti dell’imperialismo statunitense – se non altro per i costi che imponeva al popolo americano. Dopo due decenni di guerra, molti americani sono stanchi delle avventure fallimentari dei loro presidenti all’estero.
L’attacco di Trump contro l’Iran è soltanto l’ultimo chiodo sulla bara della sua immagine di pacificatore. Ma la sua svolta verso la violenza imperialista non nasce da una posizione di forza. Come tanti leader autoritari prima di lui, Trump scatena il terrore all’estero per mascherare la propria debolezza in patria.
La fine dell’America First
La strategia originale di Trump in politica estera era semplice: distogliere le risorse dai numerosi e complessi coinvolgimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente e indirizzarle verso una guerra commerciale con la Cina. In questo modo, avrebbe protetto le vite degli americani e riportato posti di lavoro nel Paese, lasciando che il resto del mondo si occupasse dei propri problemi.
Era un argomento che metteva insieme economia nazionalista con una forma di isolazionismo selettivo e che trovava supporto nella base elettorale di Trump. C’era anche un chiaro vantaggio per il capitale statunitense, che temeva di perdere il dominio tecnologico a favore dei concorrenti cinesi in rapida ascesa. C’era solo un problema: Trump non avrebbe mai potuto vincere la guerra commerciale.
Trump se ne è reso conto tardivamente quando la Cina ha minacciato di interrompere l’accesso ai metalli delle terre rare, materiali essenziali alla base della manifattura avanzata, dell’elettronica e dei sistemi militari. La Cina ha impiegato decenni per costruire un dominio quasi totale sulla catena di approvvigionamento delle terre rare, e gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla capacità di lavorazione cinese.
Minacciato di perdere l’accesso ad alcune delle materie prime più importanti per l’industria manifatturiera statunitense, Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Questo lo ha fatto apparire debole. E Trump, come ogni uomo forte, non può permettersi di apparire debole.
L’immagine dell’uomo forte si rompe
La promessa di Trump al popolo americano era chiara: vi proteggerò. Per convincere la gente che poteva essere il loro protettore assoluto, era necessario creare l’illusione di una forza totale. Inizialmente è riuscito a costruirsi una personalità da uomo forte. In effetti, molti degli aspetti del carattere di Trump che i liberal trovavano grotteschi – dal suo atteggiamento verso le donne ai suoi affari – erano i fondamenti del suo appeal verso la sua base.
Ma la ritirata di Trump sulla guerra commerciale ha minato questa immagine di forza. E non passò molto tempo prima che altre crepe nella sua armatura cominciassero ad apparire.
La più significativa è stata la crisi di accessibilità economica. In tutti gli Stati Uniti, gli americani fanno sempre più fatica a permettersi i beni di prima necessità. I tassi d’interesse sono alti, gli affitti salgono, i prezzi dei generi alimentari rimangono elevati e i costi delle assicurazioni sanitari sono esorbitanti. Molti faticano ad arrivare a fine mese e si riempiono di debiti.
I sostenitori di Trump non sono immuni da questi problemi. La sua tesi secondo cui la crisi del costo della vita sarebbe un “imbroglio” propagandato dai Democratici non è più convincente quando i costi della spesa della gente continuano a salire vertiginosamente. Sembra sempre più che Trump non abbia il potere di proteggere le persone dall’aumento dei prezzi.
Poi ci sono i file Epstein. Trump aveva promesso di agire come protettore delle donne rilasciando i documenti e perseguendo i responsabili – finché non è emerso che lui e i suoi sostenitori erano profondamente coinvolti nelle reti di coercizione e abuso che sostenevano l’impero di Epstein.
Un despota con le spalle al muro
La guerra commerciale, la crisi del costo della vita, i file Epstein – tutti questi problemi hanno fatto sembrare Trump debole. E lui ha risposto con grottesche esibizioni di violenza e sopraffazione, nel disperato tentativo di ripristinare la sua immagine di uomo forte.
Prima sono arrivati gli attacchi contro il popolo americano: il terrificante spettacolo di persone rapite in strada; gli omicidi di Renne Good e Alex Pretti; il proliferare di campi di detenzione e gli orribili abusi contro i diritti umani commessi al loro interno. Come ho già sostenuto in precedenza, la diffusione di questo terrore interno fa tutto parte del disperato tentativo di Trump di apparire forte.
Poi sono arrivate le minacce sempre più violente all’estero. Trump ha ripetutamente lanciato minacce contro Ucraina e Groenlandia nel tentativo di ottenere le risorse necessarie per battere la Cina nella guerra commerciale. Minacciando gli alleati degli Stati Uniti, Trump cercava di dimostrare che non si sarebbe fermato davanti a nulla pur di proteggere gli interessi americani.
Poi è arrivato il ritorno delle guerre infinite. Trump ci ha detto apertamente che la sua invasione del Venezuela era motivata dal desiderio di assicurarsi l’accesso alle riserve petrolifere del paese, in diretta violazione del diritto internazionale. Come sostenni all’epoca, la spudoratezza e l’illegalità facevano parte della strategia – Trump aveva bisogno di convincere la sua base di essere abbastanza forte da invadere chiunque volesse, fregandosene delle conseguenze.
Il ritorno delle guerre infinite
Nonostante questi tentativi di dimostrare forza, il consenso di Trump continuava a calare. L’escalation militare in Iran è stata la risposta naturale. Ha aiutato il fatto che potesse contare sull’appoggio del Trump locale – il leader genocida di Israele, che sa bene che la sua posizione è sicura solo finché il suo paese è in guerra.
Ma, ancora una volta, la strategia di questi uomini forti con le spalle al muro sembra destinata a fallire. Avranno anche eliminato il dittatore dell’Iran, l’ayatollah Khamenei – che di recente aveva intensificato il suo terrore interno in risposta alla sua crescente impopolarità – ma al suo posto è emerso un vuoto politico. Il vecchio regime potrebbe ancora consolidarsi attorno a un nuovo leader. Un vero cambiamento di regime richiederebbe probabilmente l’invio di truppe di terra.
Il piano era di lanciare una serie di attacchi mirati come prova immediata e spettacolare del dominio militare americano. Invece, gli Stati Uniti potrebbero ritrovarsi invischiati in un’altra guerra infinita che prosciugherà sangue e risorse. Con solo un quarto degli americani che sostiene i suoi attacchi contro l’Iran, il piano di Trump non ha fatto altro che minare la sua popolarità in patria, scatenando nel contempo il caos all’estero.
La trappola della politica degli uomini forti
Trump ha costruito la sua identità politica sulla supremazia personale: il negoziatore, il protettore, l’uomo che piega la realtà alla propria volontà. Ma i vincoli strutturali dell’economia globale – dall’ascesa della Cina alla persistenza della disuguaglianza interna – hanno ripetutamente esposto i limiti di questa narrazione. In risposta, ha fatto ricorso a esibizioni di forza sempre più caotiche.
Questa traiettoria è uno schema ricorrente tra i despoti in difficoltà. La loro legittimità si basa sulla proiezione di un’immagine di forza totale. Il problema di questa strategia è che si tratta di un gioco a somma zero. Quando la gente crede che il despota sia potente, lui è popolare. Ma non appena quel potere comincia a sgretolarsi, l’immagine di intoccabilità crolla – e con essa l’intero progetto politico.
L’uomo forte risponde con esibizioni di forza sempre più teatrali. Prima minaccia i suoi nemici in patria – dipingendoli come traditori o terroristi interni. Poi, potrebbe decidere di innescare un conflitto all’estero – sia per deviare l’attenzione, sia per proiettare potenza. Ma se queste strategie falliscono, come spesso accade, finiscono per rivelare debolezza invece che dimostrare forza.
Più Trump ha bisogno di provare di avere il controllo, più le sue azioni diventano destabilizzanti. L’attacco all’Iran è stato un tentativo rischioso e ad alta posta in gioco di riaffermare l’autorità in un momento in cui la sua strategia economica si è arenata e la sua legittimità interna comincia a sgretolarsi. Letto in quest’ottica, quest’ultimo atto di violenza non sembra tanto la mossa di un leader forte e sicuro di sé, quanto la reazione di uno che si sente minacciato.
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