Una guida necessaria al prossimo referendum italiano, con cui i cittadini saranno chiamati a votare sulla modifica di sette articoli della Costituzione in nome della cosiddetta “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri.
Il 22 e 23 marzo l’Italia voterà su quello che viene presentato come un semplice riassetto del sistema giudiziario. I cittadini dovranno decidere se modificare sette articoli della Costituzione in nome della cosiddetta “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Ma la questione è tutt’altro che tecnica.
Con una retorica prevedibile, il governo presenta l’iniziativa come una modernizzazione attesa da tempo e una correzione di un sistema definito obsoleto e pieno di difetti. Eppure, un intervento di chirurgia costituzionale non è mai neutrale, e di certo non viene intrapreso nell’astratto “interesse del popolo” che pure viene invocato. Quando si ridisegnano contemporaneamente i meccanismi che regolano le carriere dei magistrati, la loro imparzialità e la loro responsabilità disciplinare, il risultato non è un aggiustamento. È una riconfigurazione del potere, che erode pilastri fondamentali dello Stato italiano moderno.
La Costituzione italiana, redatta all’indomani della Seconda guerra mondiale all’ombra del fascismo, fu concepita come una rottura sistematica tanto con la monarchia quanto con il regime autoritario di Mussolini. Tra i tanti principi che hanno ridefinito la vita pubblica, uno risultava particolarmente chiaro: le maggioranze politiche non devono controllare coloro che sono chiamati a giudicarle. L’autonomia giudiziaria non fu mai pensata come un privilegio corporativista di una casta elitaria. Fu progettata come una garanzia strutturale per i cittadini. Una salvaguardia che assicura che la legalità possa prevalere anche quando entra in collisione con il governo in carica.
La riforma promossa dal governo Meloni mette in discussione quell’impianto fondativo. Frammenta l’organo di autogoverno della magistratura, sostituisce le elezioni interne con meccanismi di selezione influenzati politicamente, trasferisce il potere disciplinare ad una neo-costituita corte e ridefinisce equilibri istituzionali fondamentali. Il tutto, insistendo che l’indipendenza rimarrà intatta.
Questo referendum non riguarda l’ordine amministrativo. Riguarda la possibilità che la magistratura continui a rappresentare un contrappeso al potere, o ne diventi sempre più dipendente.
Qual è l’oggetto del voto?
La “separazione delle carriere” viene presentata come la misura di punta del referendum, quasi fosse l’unica posta in gioco. Non lo è. Il voto mira a una riorganizzazione dell’architettura istituzionale della magistratura attraverso una serie di modifiche costituzionali interconnesse.
Una separazione esiste già. I magistrati possono effettivamente passare dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti una sola volta, e solo nei primi dieci anni di carriera. Se l’obiettivo fosse semplicemente rafforzare quel confine, sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria. Non sarebbe stato necessario un stravolgimento costituzionale.
Invece, la riforma proposta costituzionalizza una divisione rigida e irreversibile. Giudici e pubblici ministeri non apparterrebbero più allo stesso organo costituzionale. Due distinti organi di autogoverno sostituirebbero l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri.
La ristrutturazione va anche oltre. Entrambi i Consigli perderebbero uno dei poteri più delicati e significativi: l’autogoverno disciplinare. Quel ruolo verrebbe trasferito a una neocostituita Corte disciplinare esterna, composta da membri laici e magistrati provenienti da coloro che esercitano, o hanno esercitato, funzioni in Cassazione. Le sue decisioni non sarebbero impugnabili davanti alla Corte di Cassazione stessa, segnando una significativa deroga al principio costituzionale generale del ricorso per cassazione.
Qui si svela la portata effettiva del referendum, perché anche la rappresentanza cambierebbe radicalmente. I magistrati non eleggerebbero più i loro membri nei Consigli o nella Corte disciplinare. I membri verrebbero invece sorteggiati. I membri laici, invece, sarebbero scelti da liste approvate dal Parlamento.
Poiché le voci contrapposte non riescono nemmeno a concordare sulla natura stessa del quesito referendario, un elettorato già disimpegnato rimane confuso. Gli entusiasti della riforma insistono sulla necessità di una maggiore obiettività giudiziaria. La corrente di sinistra della magistratura, dipinta come la nemica principale della visione autocratica dello stato à la Trump o Orbán che ha Meloni, non sarebbe più un ostacolo, neutralizzata attraverso l’intermediazione politica.
Il Comitato per il “No” replica che frammentare un organo costituzionale in molteplici strutture ne indebolisce inevitabilmente il peso istituzionale. Rimuovere la legittimità elettorale colloca l’autorità disciplinare al di fuori del tradizionale quadro dell’autogoverno. In questo modo, il delicato equilibrio tra poteri legislativo ed esecutivo pensato dai padri costituenti viene deliberatamente smantellato.
Questa è la sostanza concreta del referendum: una riprogettazione strutturale della governance, della responsabilità e della rappresentanza all’interno della magistratura.
Come ha preso vita il referendum
Se il quesito referendario è già di per sé controverso, il metodo con cui viene portato avanti è altrettanto discutibile e rivela in modo allarmante il marcio della politica italiana.
Modifiche costituzionali di questa portata richiederebbero normalmente un attento dibattito pubblico e istituzionale. Invece, la chiamata alle urne è stata approvata in Parlamento senza una discussione significativa né la presa in considerazione di emendamenti. Il governo ha imposto un procedimento blindato, escludendo deliberatamente qualsiasi negoziato. Questa rigidità procedurale rivela come la coalizione di Meloni percepisca la magistratura come una minaccia alla propria autorità.
L’indicazione più chiara dell’intenzione sottostante viene dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Notevole, ad esempio, è stato il suo suggerimento che la Segretaria del Partito Democratico Elly Schlein dovrebbe riconoscere come questi cambiamenti potrebbero ugualmente favorire un futuro governo di sinistra, qualora diventasse Presidente del Consiglio. Giorni dopo, lo stesso ministro ha definito il CSM “para-mafioso”. Non è chiaro se il governo intenda sradicare o istituzionalizzare tali elementi.
Ulteriori preoccupazioni emergono dal clima istituzionale più ampio. Recentemente, durante una seduta plenaria ordinaria del CSM, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto pubblicamente per la prima volta in undici anni, esortando tutte le istituzioni a rispettare i reciproci ruoli costituzionali “nell’interesse della Repubblica”. Eppure, i membri del governo hanno immediatamente ripreso i loro attacchi alle decisioni giudiziarie, dipingendole come intrusioni illegittime nella sfera politica e alimentando narrazioni manipolative.
Semmai, il dibattito si è sempre più allontanato dalla sua sostanza originaria. Ora si intensifica attorno a denunce di una magistratura presuntamente ostruzionistica. Ai cittadini viene detto che una vittoria del “Sì” porterà a un sistema giudiziario più efficiente ed equo, omettendo convenientemente il fatto che essa rafforza una classe dirigente che, seguendo l’eredità di Berlusconi, ha una lunga storia di battaglie giudiziarie.
Oltre la riforma
Ciò che rende questo voto cruciale e degno di attenzione è la cultura politica che riflette. Una democrazia non dovrebbe temere le proprie istituzioni. Non dovrebbe inquadrare i poteri costituzionali di contrappeso come nemici da disciplinare. Eppure questo sembra essere troppo da chiedere. Il messaggio che ha dominato gli ultimi mesi è che l’indipendenza giudiziaria è tollerabile solo finché non interferisce con il potere esecutivo.
Una volta che l’idea che la magistratura debba essere allineata con le istituzioni politiche prende piede, l’equilibrio democratico si erode silenziosamente, gradualmente, quasi impercettibilmente. Non crolla in modo drammatico. Si normalizza. I cambiamenti costituzionali modellano la distribuzione del potere nel lungo termine; non sono esercizi di immagine. Ridefiniscono chi controlla chi.
Mentre il referendum si avvicina, l’esito previsto rimane incerto. Questo rende essenziale un impegno attivo. L’elettorato italiano si opporrà alla visione di Meloni di uno stato autocratico, dove la magistratura si inchina al potere invece di regolarlo?
Opponiti. Informati. Decidi. La posta in gioco è la democrazia italiana stessa.
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