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In Brasile si è creato un forte slancio che coinvolge ormai oltre metà dei Paesi Onu. Tra questi, 25 dell’Unione Europea: l’Italia non c’è

 

Doveva essere la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite della svolta, organizzata con lo sfondo suggestivo della foresta amazzonica (uno tra i sistemi terrestri maggiormente a rischio climatico). Invece in Brasile i negoziati sul clima si sono conclusi senza alcun accordo sui fossili nella decisione finale, nello sgomento di chi aveva visto invece uno slancio verso la roadmap per l’uscita dai combustibili fossili (così come definita dal presidente Lula).

Nei primi dieci giorni di negoziati e incontri, spesso più informali che formali, si erano create aspettative altissime in tal senso e sembrava davvero la volta buona, questa della “COP della verità”. Ma la verità è stata, invece, un’altra.

Alla fine l’iperattivismo del Brasile e la Cina che, assenti formalmente gli Stati Uniti (ma ci sono stati i rappresentanti di alcuni Stati e città chiave), aveva provato a prendere la guida della diplomazia climatica, cercando di convincere anche gli Stati e i blocchi più riottosi (Arabia Saudita e blocco dei Paesi arabi e Russia in primis, ma non solo visto che alla fine tra 60 e 80 altri Stati si sono dimostrati nei fatti contrari, o comunque non d’accordo), non hanno avuto la forza di tenere tutti e tutto insieme.

L’Unione Europea è stata tra chi ha spinto verso un accordo sull’uscita dai combustibili fossili, peraltro già messa nero su bianco due anni fa alla COP28 di Dubai (con la nota formula del transitioning away from fossil fuels). Alla fine, ben 25 Stati su 27 membri si sono detti favorevoli, aderendo ad almeno una delle tre iniziative a latere che si sono sviluppate nelle ultime tre giornate di Conferenza: di fatto, tutta l’UE, tranne Italia e Polonia.

Il ministro Pichetto Fratin, pur dicendosi favorevole, si è nascosto dietro le posizioni non unanimi del Consiglio Europeo. Ma la realtà è stata un’altra e alla fine l’Italia è rimasta tra le retroguardie del mondo e anche nella stessa UE. Per l’Unione, il Commissario al clima Wopke Hoekstra ha provato a spingere fino in fondo verso una decisione finale che prevedesse un percorso chiaro di uscita dai fossili, addirittura minacciando di non firmare alcun accordo se nel testo finale non sarebbe stato previsto. Ma esattamente un giorno prima, il 21, la Presidente Ursula von der Leyen si è presentata al G20 in Sudafrica facendo un’affermazione stucchevole, oltre che incomprensibile: “non combattiamo i combustibili fossili, ma le emissioni”. Di fatto depotenziando e delegittimando il lavoro del suo Commissario a Belém.

Per molte analisi COP30 è stata un flop. In realtà ci sono state alcune luci e molte ombre. Senza dubbio il punto più importante era quello sulla mitigazione e sull’uscita dai combustibili fossili. C’è stato il forte richiamo alla migliore scienza disponibile e all’obiettivo di contenere le temperature mondiali entro 1.5°C di aumento, ma senza strumenti concreti suona come una dichiarazione di principio.

Così come la creazione di un Meccanismo di Giusta Transizione, per aumentare la cooperazione internazionale, per l’assistenza tecnica e il capacity building verso i Paesi in via di sviluppo. Un linguaggio rafforzato su diritti umani, partecipazione e lavoro dignitoso. E accesso universale all’energia (attualmente circa 700 milioni di persone ne sono privi), potenziamento delle energie rinnovabili, soluzioni di cottura pulite (circa 2 miliardi di persone cucinano con modalità insalubri). Ma è chiaro che senza transizione, o un percorso chiaro verso di essa, è vuoto anche questo concetto.

In verità, però, proprio a Belém si è creato un forte slancio verso l’uscita dai fossili: la Colombia ne è stato il simbolo, lanciando la Dichiarazione di Belém sulla giusta transizione dai combustibili fossili, seppure come iniziativa a margine dai negoziati ufficiali di COP30, subito appoggiata da oltre 20 Paesi, tra cui i Paesi Bassi. E annunciando che il 28 e 29 aprile prossimi, a Santa Marta, in Colombia, ci sarà la prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili.

Forse l’eredità più importante di Belém è proprio questa: è vero che non ci sia stato un testo finale di COP30 che lo prevedesse, ma lo slancio creato attorno all’uscita dai combustibili fossili ha di fatto avviato un processo da cui non si tornerà indietro. Lo slancio è forte e, anche se le resistenze degli Stati fossili sarà altrettanto forte e difficile da superare, è la realtà (la fisica del cambiamento climatico, i danni economici e gli impatti sociali dei cambiamenti climatici, i benefici economici e sociali della transizione energetica già in corso) che alla fine sconfiggerà la riottosità di Stati e industrie che prosperano su carbone, petrolio e gas.

Il rammarico più forte che viene da Belém è aver visto e vedere tristemente l’Italia adagiarsi in fondo alla classe, con i peggiori del mondo e della stessa Unione di cui è fondatrice. Insomma, Descalzi e isolati. Senz’altro in pessima compagnia.

 

Paolo Della Ventura

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Autore MERA25

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