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I risultati 

Alla fine del mese scorso (il 20 nov. 2025) si è ufficialmente insediata la seconda giunta Giani, uscente dalle ultime elezioni regionali con una vittoria a valanga. La nuova amministrazione non può che esser contenta del risultato molto positivo, mentre farsi due domande spetta agli sconfitti, e a noi toscani stessi. Perché, se la destra arrivava ai seggi senza alcuna aspettativa e con pochi soldi spesi in una campagna elettorale in cui sapevano già di uscire perdenti, il vero risultato sorprendente e interessante è l’exploit della coalizione di partiti di sinistra radicale, guidati da Antonella Bundu, che ha personalmente ottenuto il 5,18% dei voti. Le liste che la supportavano però non sono andate altrettanto bene, fermandosi sotto la soglia del 5%.

Leggiamo in questi giorni, ma anche nelle settimane precedenti, che la Bundu, pur avendo superato la soglia di sbarramento, non potrà accedere al consiglio regionale. La domanda sorge spontanea: perché?

E’ tutto merito di una legge elettorale regionale con barriere molto alte per i partiti non facenti già parte del consiglio regionale, e del suo sistema di potere. Questo fatto, in quanto toscani e paladini della democrazia libera e giusta, ci dovrebbe far preoccupare.

A far storcere il naso ai sostenitori della Bundu è il fatto che per la prima volta nella storia delle nostre regionali si sia verificata una strana condizione che ha impedito alla candidata presidente di entrare in consiglio regionale. Infatti, all’interno della legge elettorale (L.R.51 del 2014) si legge come per le liste che si presentano in coalizione la soglia di sbarramento per l’accesso sia il 10% (attenzione, purché contengano un gruppo di liste che abbia superato il 3%), mentre per le liste che corrono da sole questa si alzi al 5%.

Questa norma era presente anche alle urne del 2015 e del 2020, tuttavia, non si era mai presentato il problema che una candidata prendesse da sola il 5,18% mentre la sua lista non riuscisse a superare il fatidico sbarramento. Inoltre è da notare che per la prima volta in Toscana non sono andati a votare neanche il 50% degli aventi diritto; infatti gli elettori sono stati solamente il 47,7%. E’ interessante a questo proposito che soltanto 5 anni fa l’affluenza era stata del 62,2%. C’è stato quindi un calo di quasi il 15% dei votanti; è chiaro che la giunta Giani non sia riuscita a riportare gli insoddisfatti al voto bensì ne abbia creati solo di altri, e nemmeno pochi.

Questi risultati ci devono forzatamente porre degli interrogativi. Intanto, com’è possibile che in Toscana, una delle regioni più votanti e più politicizzate, non vada a votare neanche un abitante su due? Inoltre, com’è possibile che con le elezioni in autunno il limite di tempo per la presentazione delle liste sia stato posto a settembre, e dunque le firme andavano raccolte in agosto (mese tipicamente di ferie), in quello che i maliziosi potrebbero segnalare come un tentativo da parte della giunta regionale uscente di disincentivare la competizione?

Bisogna riflettere sulla politica regionale, che sempre di più si sta allineando a quella nazionale, in una progressiva perdita di contenuti di serio spessore politico.

I limiti della legge elettorale

Il principale problema della legge elettorale è l’assurdità delle barriere all’entrata per i partiti non in coalizione. Il fatto è che è stata creata ad hoc in modo che i candidati rivestano un ruolo fondamentale d’immagine. Questo d’altronde è in linea col trend della politica recente di personalizzare i partiti in figure carismatiche portatrici di idee e messaggi. Però, è inconcepibile che, apparsa sulla scena un personaggio come Antonella Bundu, questa non possa godere del successo che avrebbe meritato perché le manca il consenso alla base della lista; in particolare quando il voto disgiunto tra candidato presidente e voto di lista è stato minimo. Nel caso di Toscana Rossa tanti elettori votando Bundu erano convinti in buona fede che il loro voto andasse automaticamente anche all’unica lista collegata a quel candidato.

Il punto fondamentale è che il sistema partitico tradizionale, in Toscana perfettamente inquadrato dal PD, si regge su un voto e su un appoggio di natura fideista che non vuol aprire gli occhi alla realtà che le si presenta di fronte: è ormai da tempo che il PD non svolge la sua funzione di forza riformatrice, o riformista che si voglia, e invece si fa garante di un sistema di potere da cui trae vantaggio e che mantiene lo status quo.

Tutto ciò diventa evidente anche quando si scopre che i partiti all’interno del consiglio regionale non devono presentare le firme per la presentazione della lista. Fatto che chiaramente li aiuta nell’ottenere un risultato pressoché scontato ai seggi; d’altronde, nessun impegno o partecipazione è richiesta agli elettori se non quella di mettere una x sul nome giusto alle urne. Se tutti i partiti dovessero presentare le firme, in particolare 700 firme in tutte le circoscrizioni con più di 200 mila abitanti e 525 in quelle con meno, la campagna elettorale diventerebbe sicuramente più partecipata e più coinvolgente per i cittadini. Infatti, raccogliere tutte queste firme, soprattutto nei mesi feriali, non è affatto facile come dimostrano i tentativi di varie liste (PCI, Democrazia Sovrana e Popolare, e Forza del Popolo) che si son dovute arrendere di fronte alla constatazione di non riuscire ad ottenere abbastanza firme.

Infine, l’ultima delle grandi problematiche del nostro sistema elettorale, si identifica nel come i voti vengono convertiti in seggi, e nei premi per l’ottenimento di maggioranze relative. Infatti, sulla carta la legge elettorale ci dice che ad ogni circoscrizione viene assegnato un numero congruo di consiglieri rispetto alla sua popolazione, sino al completamento dei quaranta posti totali. In realtà vediamo che al raggiungimento del maggior numero di voti da un candidato presidente, purché questo numero superi il 40% dei voti totali, la lista o la coalizione che lo sostiene ottiene 24 seggi come premio di maggioranza, mentre i restanti sedici spettano all’opposizione. I seggi verranno poi distribuiti all’interno della coalizione secondo il metodo d’Hondt. Il problema che di conseguenza sorge è che i consiglieri verranno distribuiti secondo le circoscrizioni in cui la lista ha preso più voti, ed essendo le province di Firenze e Pisa le più popolose, saranno sproporzionati a favore di queste circoscrizioni, soprattutto quando la lista è piccola. Questo fenomeno, volendo parafrasare, ci garantisce che in Toscana oltre alla morte ci sia un’altra certezza: almeno un consigliere per lista sarà sempre di Firenze.

La necessità di un’alternativa

E’ quindi da constatare un fatto: ci stiamo sempre di più spostando verso un bipolarismo, che se per il livello nazionale è esistente e vede vincere la destra, in Toscana è più una finzione che una vera lotta politica. Infatti, è chiaro che la destra non abbia alcuna intenzione di spendere energie e risorse per accaparrarsi una regione che storicamente vota a sinistra e in cui non c’è possibilità di alcun tipo di vittoria. Il problema è che questo meccanismo serve per mantenere in piedi il teatrino su cui si regge la politica regionale ormai da almeno le ultime due elezioni. Lo spettro di una destra che avanza, e la volontà di far la parte dell’eroe portatore della bandiera rossa e della libertà inganna gli elettori nella maniera più bieca, per farli cedere ad un compromesso che non fa che danneggiarli. Di questo parla il preoccupante dato dell’astensionismo, perché se il 47% è in linea col resto d’Italia, la variazione del 14% in negativo rispetto alle ultime tornate lancia un segnale d’allarme; non è più il tempo della bieca propaganda o degli spauracchi: è il tempo di fare politica per i cittadini. Peraltro è anche il tempo di smettere di pensare che la politica si faccia seguendo la teoria dell’elettore mediano tanto cara agli scienziati politici, che spiega come andando verso il centro di uno schema bipolare si riesce a conquistare la maggior parte dei voti, vincendo così le elezioni. Eppure, come dimostrano i numeri, non è così, soprattutto in un sistema che ormai si muove a quella maniera da decenni e in cui ormai aumentano soltanto gli scontenti.

Quanto finora detto dimostra come lo sforzo e l’impresa di Toscana Rossa non siano da ridimensionare  e da ridicolizzare. Riuscire, in un sistema complesso come il nostro, nonostante tutte le difficoltà e gli sbarramenti, a far ottenere alla propria candidata un risultato così importante non è cosa da poco. Eppure questa faccenda non ha solo risvolti positivi, comunque le elezioni sono state perse. Intanto, il primo problema dev’essere riuscire a far passare il messaggio di diversità e novità. Ciò deve voler dire battersi per le cause giuste, cosa che Toscana Rossa già fa sin dai tempi della loro presenza nel consiglio comunale di Firenze (sotto il nome di Sinistra Progetto Comune); ma anche con le parole giuste, e si nota che su questo punto c’è ancora molta strada da fare: la comunicazione politica è sicuramente un aspetto da curare di più, sia dal punto di vista della gestione dei canali media, che da quello del linguaggio e della terminologia usata per far passare i propri messaggi e le proprie idee. Inoltre, controversa e problematica è stata la sfortunata scelta fatta dai partiti di lista, che non si sa se per volontà o non capacità, non si sono aperti agli altri movimenti presenti sul territorio, con una convinzione nella propria forza e nei propri numeri che poi non è stata ritrovata in fase di conteggio post-elettorale.

Bisogna proporre una nuova governance, ispirata a quegli ideali che propongono una visione della società diversa da quella odierna. Questi concetti non possono essere trasmessi attraverso messaggi che non appartengono alla nostra epoca: non ci si può rifare a tematiche che parlano soltanto ad alcune generazioni, spesso con retoriche antiquate. Se questa fosse la scelta, sarebbe un harakiri politico destinato a far restare forze di un possibile cambiamento bloccate a dei numeri insignificanti. Inoltre, è necessario che il progetto politico sia strutturato in maniera seria e precisa e che sia fondamentalmente credibile, almeno quanto quello dei partiti tradizionali. Perché la missione complessa, forse ancor più complessa rispetto alla precedente, è riuscire a trasformare quel 5% in un qualcosa di più consistente, ed il potenziale per questo cambiamento di rotta c’è tutto.

Alla base di questo movimento e di questi cambiamenti ci dev’essere la convinzione e la voglia di governare una regione. In assenza di ciò, qualsiasi ideale si perde. Questa coscienza si può costruire soprattutto perché le fondamenta dei sistemi partitici tradizionali non sono solide anzi, si stanno lentamente sgretolando. Le cittadine e i cittadini sono ormai stanchi di anni di annunci, seguiti dalla più assoluta inettitudine mescolata al bieco servilismo verso le lobby e i centri di potere economici.

E’ giunta l’ora che una nuova forza si faccia strada attraverso le macerie di una sinistra ormai in frantumi, e con un messaggio chiaro e universale possa riportare i disillusi e i giovani a partecipare ad un processo elettorale che sempre di più, senza di loro, sta diventando auto-referenziale.

 

Di Gio’ Pietro Bernardini

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