Ontologia ed epistemologia del dogma neoliberista
Che cosa accade quando un sistema fondato sulla crescita infinita incontra un pianeta finito?
Uso qui il termine ontologia come metafora.
Il capitalismo non è un essere vivente: non pensa, non respira, non prova desideri. Eppure la società contemporanea lo tratta quasi come se lo fosse – un organismo autonomo, con i propri ritmi, i propri bisogni, le proprie leggi. Parlare di “ontologia del capitalismo” significa interrogarsi sul suo modo d’essere: la sua logica profonda è quella della crescita, dell’espansione, dell’accumulazione.
Ma questa logica si scontra con una verità elementare: viviamo su un pianeta con limiti fisici.
Le risorse non si rigenerano all’infinito, gli ecosistemi non possono essere replicati, e la capacità della Terra di assorbire e ricostruire ciò che consumiamo ha un confine preciso. È come continuare a gonfiare un palloncino: all’inizio sembra espandersi senza problemi, ma arriva sempre un punto in cui la materia non regge e scoppia.
In teoria, il capitalismo tende a una crescita illimitata, come una funzione che diverge verso l’infinito. Ma nel mondo reale quella curva non può estendersi all’infinito, perché prima incontra il bordo del foglio: i limiti biofisici del pianeta.
Pretendere una crescita infinita in un sistema finito è una contraddizione matematica (insiemistica) prima ancora che economica.
È come cercare di contenere un insieme infinito dentro uno finito: per definizione non è possibile. E questa impossibilità, nella realtà, non resta astratta — si manifesta come crisi ambientale, climatica e sociale.
Questo paradosso — un sistema che per sopravvivere deve crescere senza fine, ma che abita un un sistema (il nostro mondo) con limiti — è il problema ontologico del capitalismo.
La falla epistemologica
A questo si accompagna un secondo nodo, più sottile ma decisivo: la falla epistemologica del capitalismo.
Non si tratta solo di un problema economico o ambientale, ma prima di tutto di un errore di conoscenza. Il capitalismo nasce dentro una precisa visione del mondo — quella moderna — che separa l’economia dalla natura, l’uomo dall’ambiente, la crescita dalla materia. È una costruzione culturale che trasforma il vivente in “risorsa” e l’umanità in un agente esterno rispetto agli ecosistemi.
Questa impostazione non arriva dal nulla: affonda le radici nella filosofia moderna, in particolare nella frattura introdotta da Cartesio tra res cogitans (la mente, il soggetto, l’uomo) e res extensa (il corpo, la materia, la natura). Da lì in poi la natura è stata pensata come qualcosa di separato, manipolabile, misurabile e soprattutto disponibile, mentre l’essere umano come qualcosa di superiore e distinto.
È esattamente dentro questo schema che diventa possibile immaginare la crescita economica come un processo astratto, indipendente dai limiti materiali del pianeta.
Questa visione ha prodotto un sistema che si pensa autonomo dalle leggi fisiche e biologiche — un linguaggio chiuso, autoreferenziale, che opera come se l’entropia non esistesse.
Già negli anni Settanta, l’economista, matematico e statista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen mise in discussione questa illusione, ricordando che l’economia è in realtà un processo entropico: ogni atto di produzione comporta una perdita irreversibile di energia e materia (secondo principio della termodinamica).
L’entropia, in fisica, è la legge universale per cui l’energia utile si degrada irreversibilmente in energia non più utilizzabile (dispersione di calore, rifiuti, ecc.). Ricordiamoci che l’economia non crea ricchezza dal nulla; in realtà è come un grande motore che trasforma la materia a bassa entropia (risorse naturali) in materia ad alta entropia (rifiuti e inquinamento).

Ogni atto di produzione, ogni volta che bruciamo petrolio o estraiamo un minerale, comporta una perdita irreversibile di energia e materia che non può essere totalmente recuperata.
Il capitalismo, insieme alla teoria economica dominante che lo legittima, rimuove dal proprio orizzonte l’entropia e agisce come se potesse generare un moto perpetuo illimitato, esterno e indipendente dal sistema ecologico che lo rende possibile.
Antropocene: la crisi del sapere moderno
Oggi, nell’Antropocene, la falla epistemologica è diventata tangibile.
L’illusione della separazione tra umano e naturale si dissolve.
Crisi climatica, perdita di biodiversità, desertificazione, collasso degli ecosistemi: non sono semplici effetti collaterali dell’attività economica, dei “fuori bilancio” o delle semplici esternalità negative, ma il ritorno del reale dentro le nostre categorie di pensiero.
L’Antropocene in questo senso si contraddistingue non è solo un’epoca geologica, ma una crisi del sapere moderno.
È il momento in cui la Terra smentisce i presupposti epistemici della modernità – l’idea che l’uomo sia al di fuori della natura, che la materia sia neutra, che la crescita sia sempre possibile.
In questo senso, la crisi ecologica è prima di tutto una crisi cognitiva: un fallimento del nostro modo di conoscere e rappresentare il mondo.
La misura del progresso
Il sintomo più evidente di questa visione distorta è la nostra ossessione per il PIL.
Nella narrativa politica e mediatica, il Prodotto Interno Lordo è diventato la bussola del progresso: se cresce, è una buona notizia; se cala, è una crisi.
Eppure il PIL – ideato dall’americano Simon Kuznets negli anni Trenta come strumento statistico di contabilità nazionale – non nasceva per misurare il benessere, ma la capacità produttiva di un paese.
È un indicatore, semplice, quantitativo che non cattura nessuna dimensione qualitativa. Cresce se produciamo più cibo o spazzatura, ma anche se ripuliamo una marea nera o curiamo malattie causate dall’inquinamento.
Misura tutto ciò che ha un prezzo, ma ignora tutto ciò che ha valore.
Nella prospettiva neoliberista, ciò che non è monetizzabile semplicemente non esiste: la cura, la reciprocità, la salute degli ecosistemi diventano esternalità, “fuori bilancio”.
Questo è il cuore della falla epistemologica: ciò che non sappiamo contare finisce per non contare.
Tuttavia Alternative esistono — l’Indice di Progresso Reale (GPI), l’Happy Planet Index, o il Benessere Equo e Sostenibile (BES) — ma faticano a entrare nel discorso politico, ancora prigioniero della metrica del PIL e del linguaggio della crescita.
Oltre la crescita (?)
Negli ultimi anni, la scuola della decrescita (degrowth), rilanciata dall´economista e filosofo francese Serge Latouche, propone di ridurre intenzionalmente produzione e consumi per ristabilire equilibrio ecologico e giustizia sociale.
Non si tratta di regressione, ma di ridefinizione dei fini: non più la crescita, ma la sufficienza.
Allo stesso modo, l’economista Jeroen van den Bergh ha proposto il concetto di a-growth — una posizione agnostica rispetto alla crescita: non perseguirla né combatterla, ma smettere di misurare tutto in base ad essa.
L’obiettivo diventa garantire benessere, equità e sostenibilità, indipendentemente dal PIL.
Il limite come orizzonte
il 24 luglio 2025, l’umanità ha consumato tutte le risorse che la Terra può rigenerare in un anno.
In Italia, l’Earth Overshoot Day invece cade ancora prima: il 6 maggio.
Viviamo in un regime di debito ecologico permanente, sostenibile solo perché altri — nei paesi più poveri (di noi)— consumano meno. È una disuguaglianza materiale e temporale: sottraiamo risorse non solo ad altri popoli, ma alle generazioni future.
Il dato è chiaro: il nostro modello di esistenza non è solo in deficit, ma è un’ingiustizia calcolata e costante. Questo deficit materiale non è una svista contabile, ma l’esito diretto della contraddizione strutturale del capitalismo.
Ma come ogni sistema che ignora i propri limiti, è destinato a un punto di rottura.
Il problema non è soltanto economico: è culturale, epistemologico, esistenziale. Un sistema che vive solo crescendo non sa immaginare la maturità, l’equilibrio, la quiete.
Prima o poi, dovrà imparare a farlo.
Questo articolo è stato scritto da @saralasala su https://substack.com/@saralasala/p-179632467 ed è stato ripubblicato con il suo permesso
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