Molto mi piace la gaia stagione della primavera che fa spuntar foglie e fiori, e mi piace quando odo la festa degli uccelli che fan risuonare il loro canto pel bosco, e mi piace quando vedo su pei prati tende e padiglioni rizzati, ed ho grande allegrezza quando per la campagna vedo a schiera cavalieri e cavalli armati. E mi piace quando gli scorridori mettono in fuga le genti con ogni lor roba, e mi piace quando vedo dietro a loro gran numero di armati avanzar tutti insieme, e mi compiaccio nel mio cuore quando vedo assediar forti castelli e i baluardi rovinati in breccia, e vedo l’esercito sul vallo che tutto intorno è cinto di fossati con fitte palizzate di robuste palanche (…)
Così recita l’inizio della sirventes composta verso la fine del XII secolo da Bertrand de Born, cavaliere, trovatore, poeta e barone occitano, alla sua epoca divenuto tanto famoso da essere inserito da Dante Alighieri nella nona bolgia dell’inferno, tra i seminatori di discordia. Mi imbattei per la prima volta in questo testo molti anni fa, era il 1980, frequentavo il terzo anno di liceo scientifico e all’epoca mi era sembrato grottesco che si potesse fare un’ode alla guerra, avvertivo qualcosa di scomodo, di non detto che non riuscivo a mettere a fuoco. Quasi cinquant’anni più tardi, mentre il terribile genocidio del popolo palestinese, crudelmente perpetrato dallo stato terrorista di Israele, con la complicità di EU e USA, si consuma davanti ai nostri occhi e in Europa, con mio grande sgomento e orrore, si torna a parlare di riarmarsi, ripensando alla sirventes medioevale mi viene una folgorazione: le tanto osannate democrazie occidentali non sono altro che il frutto di una cultura basata su principi sbagliati e propagata attraverso una bieca propaganda. È la guerra il lascito nudo e crudo della cultura occidentale, la sistematizzazione della violenza come mezzo di propagazione, la radice da cui sono scaturite anche cose pregevoli come le arti e la scienza, ma che non per questo perde la sua prevalente connotazione brutale.
Comparando i dati in nostro possesso, notiamo che le attività belliche delle comunità umane sono direttamente proporzionali al livello di complessità delle società a cui fanno riferimento. Non è quindi una sorpresa constatare che nei primi millenni documentati, quindi più o meno dal 3000 a.C. in poi, il guerreggiare propriamente detto era appannaggio esclusivo delle civiltà mesopotamiche e della valle del Nilo, l’Antico Egitto per intendersi. Queste civiltà furono le prime a conoscere la scrittura e per lungo tempo le uniche organizzate in sistemi statali che rendevano possibile muovere guerra.¹ Con l’evolversi dell’organizzazione sociale delle popolazioni mondiali, osserviamo che le attività belliche continuano in maniera più significativa in Asia Orientale, Cina, India e Mongolia prima di tutto, a cui poi, con l’emergere dell’Impero Romano, si affianca l’Europa.² A partire dall’anno 1000 però, la tendenza a guerreggiare diventa sempre più una caratteristica europea (con l’unica eccezione del Giappone del periodo Sengoku, dal 1467 al 1615), tendenza che si consolida inequivocabilmente a partire dal 1500.³ L’autorevole SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) ci fornisce poi dei dati attualizzati al 2022 che ci dicono che i paesi NATO sono responsabili del 68% delle spese militari globali, del 75% dell’esportazioni di armi e del 100% degli interventi militari extraterritoriali.
Un primato che mi risulta assai difficile da indossare e che, inutile negarlo, frantuma alcune delle certezza che fin dalla mia infanzia mi avevano accompagnato con orgoglio: l’Europa, in fin dei conti, non è affatto la culla della civiltà, dell’arte e della conoscenza, il suo lascito principale non sarà l’elevazione della condizione umana, ma piuttosto aver diffuso a livello globale l’uso della violenza, della schiavitù e del saccheggio indiscriminato e distruttivo delle risorse del pianeta Terra. Ci tengo a precisare che questa mia immersione in dati, letture storiche e ricostruzioni del passato, non è spinta da un sentimento di espiazione, un senso di colpa storico, e nemmeno da una necessita masochista all’auto flagellazione, tutt’altro. Non mi sento colpevole per quello che è stato il frutto di eventi casuali, che in determinate circostanze, con specifiche modalità e concomitanze, hanno generato quanto ho appurato. Il sentimento che mi spinge ad indagare e ad andare più in fondo a questa questione è la necessità di sapere, di essere consapevoli, di poter guardare al presente e vedere coerentemente i legami che questo ha col passato. È un modo di sentirmi con i piedi per terra, padrone delle mie scelte e in grado di orientarmi nell’insidiosa dimensione delle ideologie.
La teoria dell’evoluzione ci insegna che quello in cui viviamo è solo uno degli infiniti mondi possibili e che non è certo detto che sia il migliore: non sarebbe forse meglio un mondo senza virus letali, senza terremoti o cicloni? La natura esagera e spreca e, soprattutto, non distingue tra il bene e il male, non esprime giudizi, semplicemente è, ed è proprio nell’abbondanza di questa casistica che sta la sua forza: offre molte possibilità, spara a casaccio nel mucchio, qualcosa colpisce e ciò che di conseguenza avviene è quello che riuscirà a perpetrarsi. Questo processo, proprio per la sua natura casuale e teoricamente illimitata, è indeterminabile a priori, ma è piuttosto facilmente deducibile a posteriori. Nel caso della bellicosità della cultura europea, possiamo cercare quindi di individuare le cause principali che hanno portato all’affermarsi di questa caratteristica.
Tra i possibili fattori gli storici ne individuano principalmente quattro: il Pluralismo Politico, che caratterizzò (e che caratterizza tutt’ora) l’Europa dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, e i suoi diretti derivati; l’adozione del Sistema Capitalistico basato sulla Competizione Economica; l’Avanguardia Tecnologica e Scientifica e, ultimo per enunciazione ma non per importanza, l’Ideologia della Superiorità.
Come osservato dal politologo statunitense Kenneth Waltz, a partire dal secondo millennio, il sistema internazionale europeo assume una connotazione anarchica dovuta all’assenza di un’entità superiore in grado di regolarne gli equilibri. Francia, Spagna, Inghilterra e poi Prussia, Austria, Russia etc., erano entità statali in continua competizione tra di loro e costringevano anche stati di natura pacifica ad assumere comportamenti bellicosi per non essere sopraffatti. Waltz de finisce questa dinamica il Dilemma della Sicurezza, dove la competizione per il potere è un risultato strutturale del sistema e non una scelta morale. John Mearsheimer, professore emerito presso l’Università di Chicago, porterà questo concetto all’estremo collocando l’egemonia come l’unico traguardo in grado di dare sicurezza ad un paese situato in un simile contesto geopolitico. Questa situazione di continua competizione alimentò un circolo vizioso/virtuoso spingendo le società all’innovazione bellica che fomentarono la nascita di eserciti sempre più numerosi, organizzati e permanenti che a loro volta resero necessario lo sviluppo di sistemi fiscali e burocratici sempre più efficienti. Spinta da queste comuni sinergie, l’Europa abbracciò una cultura che applicava il metodo scientifico al problema della violenza organizzata (basta pensare alla polvere pirica, inventata dai cinesi che la usavano per fare fuochi d’artificio e in seguito applicata dagli europei nelle letali armi da fuoco), ottenendo in questo campo, un vantaggio schiacciante sul resto del mondo facendo della guerra il motore della costruzione degli stati moderni europei (teoria della Rivoluzione Militare formulata da Michael Roberts e Geoffrey Parker). La nascente economia capitalista fornì sia i mezzi (attraverso il credito e le compagnie commerciali) sia le motivazioni per la guerra. La ricerca di nuovi mercati, risorse e rotte commerciali monopolistiche divenne una causa primaria di conflitto poiché maggiore era la potenza economica di un paese, maggiore la sua capacità bellica. Niall Ferguson in The Ascent of Money sottolinea come l’invenzione del debito pubblico (con l’istituzione della Banca d’Inghilterra nel 1694) e dei mercati obbligazionari diede a potenze come la Gran Bretagna un vantaggio decisivo su altri stati, come la Francia, molto più popolosa e ricca, ma fiscalmente più arretrata.
Se l’anarchia che sovrastava la frammentazione geopolitica del sistema europeo post Impero Romano, ha finito col generare una competizione incontrollata tra gli stati, questa stessa competizione ha poi spinto l’innovazione tecnologica che a sua volta, nell’ambito
dell’economia capitalistica, ha avuto come risultante lo svilupparsi del mercato finanziario. Questi eventi consequenziali sono in fine confluiti nell’ideologia che giustificava moralmente la conquista e la dominazione violenta di altri popoli: l’Ideologia della Superiorità, appunto. Il primo esempio dell’ideologizzazione della guerra, altro triste primato europeo, lo abbiamo nelle crociate, dove i valori cristiani, apparentemente pacifici, venivano conciliati con la pratica genocida delle guerre contro l’infedele. Sotto questo punto di vista, la diretta evoluzione delle crociate la ritroviamo nelle guerre coloniali, dove secondo la narrativa europea, i colonialisti portavano la civiltà e la conoscenza a popoli selvaggi ed ignoranti, quando in realtà, sgravati dal carico morale, li trucidavano e saccheggiavano allegramente.
Guerra: un’invenzione culturale
In un saggio del 1940, Warfare: An Invention – Not a Biological Necessity, Margaret Mead⁴ argomenta che la guerra è una creazione umana, un’istituzione sociale complessa che si è evoluta in specifici contesti storici. Al contrario di quanto molti di noi sono portati a pensare, la guerra non è geneticamente determinata, non ha niente a che vedere con la lotta per la sopravvivenza e, ancor meno, non ha nessun nesso con la teoria dell’evoluzione formulata durante il secolo XIX da Charles Darwin. Per il padre della teoria dell’evoluzione infatti, la “lotta per la sopravvivenza” in natura è raramente una lotta fisica mortale, ma più spesso una competizione per l’accesso alle risorse disponibili e non è l’essere più forte quello che sopravvive, ma il più adattabile, caratteristica questa che non ha niente a che vedere con la forza fisica, ne con l’abilità ad esercitare la violenza. La guerra non è niente di più che il frutto di determinate condizioni culturali e richiede specifici simboli, rituali, tecnologie e organizzazioni sociali. A dimostrazione di questa affermazione, la Mead cita vari esempi come quello degli Arapesh, gruppo etnico indigeno della Nuova Guinea, dove l’aggressività è minimizzata e i conflitti si risolvono attraverso un processo di mediazione, ciò che nel sistema politico dovrebbe fare la diplomazia. Vi sono altri esempi di società che ripudiano la guerra, come gli Inuit, abitanti delle aree subartiche, e i Todas, abitanti del Tamil Nadu, che superano le dispute con rituali pacifici.
Perché dunque, alcune società scelgono la guerra? Sempre secondo la Mead, le società che scelgono di affrontare i propri conflitti con la guerra sono società che glorificano la violenza, che organizzano l’economia attorno al bottino, il saccheggio dei beni dei vinti così come delle risorse del territorio, e che promuovono istituzioni che hanno come fine quello di perpetrare l’azione bellica, come gli eserciti permanenti e le caste militari. Il fattore culturale è come sempre di primaria importanza quando si tratta di analizzare le società umane. Normalizzare l’idea della guerra, fare sì che appaia come un elemento indispensabile, una risorsa naturale alla sopravvivenza della società è un modo per mascherarne la sua origine puramente culturale. In questa stessa ottica sorge la necessità della figura dell’eroe, il mito che in realtà è spesso solo un volto presentabile della violenza, un costrutto che disumanizza l’avversario trasformando la storia in una lotta manichea tra bene e male. Achille, l’eroe per eccellenza, non è un campione di giustizia ma un uomo dominato dall’ira e dall’orgoglio, capace di macabri trofei di guerra pur di affermare la sua gloria.
L’eroe giustifica il sacrificio per la causa, ossia, quando si parla di guerra tra nazioni, per la patria, che ci salva da un pericolo esterno, e se il nemico è fuori, non serve ribellarsi al sistema interno. L’eroe moderno occidentale, in fin dei conti, non salva nessuno, è solo un killer ben confezionato. Allo stesso modo i cosiddetti “padri della patria”, da Cavour a Bismarck, costruirono Stati su esclusioni e sangue. Oggi, i nuovi eroi, sono i capitalisti globali: Musk, Bezos, Zuckerberg, presentati come self-made men quando in realtà il sistema che difendono è progettato per mantenere intatte le gerarchie. La loro narrazione è un inganno: “Se lavori abbastanza, sarai come noi”, ma la verità è che nessun lavoratore diventerà mai un oligarca, perché il gioco è truccato. L’economia globale odierna, con la sua retorica della “competizione sana”, non è che l’ultima manifestazione di questa mentalità bellicista: le corporation ereditano il ruolo degli antichi eserciti, i CEO quello dei condottieri rinascimentali, i fondi d’investimento quello delle armate coloniali. Persino il linguaggio è lo stesso: si parla ancora di “conquista dei mercati”, “strategie aggressive”, “vincitori e vinti”.
Oggi la guerra non è più combattuta solo con i carri armati, ma con il soft power di una propaganda subdola che plasma cittadini obbedienti. Il mito della crescita in finita ci convince che competere sia naturale, che la vita sia una corsa senza traguardo in cui chi si ferma è perdente. I media ci insegnano a temere l’altro, a cercare sempre un nemico: un tempo erano i barbari, ieri era il “pericolo comunista”, oggi è l’immigrato, la Russia, la Cina. Hollywood ci vende falsi eroi, da Rambo a Top Gun, glorificando la guerra come spettacolo, mentre il neoliberismo trasforma ogni aspetto della vita in una competizione spietata, dalla scuola al lavoro, fino alle relazioni personali. Achille oggi indossa un completo griffato e una cravatta e non uccide con la spada, ma con spread e algoritmi, ma la logica è sempre quella: la glorificazione dell’individuo spietato che calpesta gli altri nella sua ascesa. Perché la Cultura Occidentale ha bisogno di questi miti? Perché senza nemici e senza eroi, il suo sistema crolla. Se la gente smettesse di credere che competere sia inevitabile, che la ricchezza si ottiene gareggiando e che la storia sia una lotta tra vincitori e vinti, l’intera architettura del potere vacillerebbe.
La spettacolarizzazione della lotta economica: il mito del vincitore
L’ultima versione dell’antico mito dell’eroe si concretizza quindi nella spettacolarizzazione della lotta economica. Mark Fisher, filosofo e teorico culturale inglese, è forse il primo a delineare questa nuova forma di eroe nella sua opera Realismo Capitalista del 2009. Fisher nota come la figura dell’imprenditore-eroe entra con prepotenza nel quotidiano del mondo occidentale a partire dalla fine degli anni ’90. Il CEO visionario, il fondatore di start-up disruptive, il magnate hi-tech come Elon Musk e Steve Jobs, sono il corrispettivo degli eroi dell’epoca pre-moderna. Questo nuovo eroe non combatte in trincea, ma nelle boardroom e nei mercati finanziari; la sua arma non è la spada, ma l’innovazione spietata e la “distruzione creativa”; il suo bottino non sono terre, ma quote di mercato e capitali. La struttura narrativa e le caratteristiche personali, però, non cambiano, anche il nuovo eroe soffre di narcisismo compulsivo che lo spinge ad usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere la gloria personale, ora chiamata successo o brand recognition, così come i licenziamenti di massa, lo sfruttamento della supply chain e la precarizzazione del lavoro rappresentano i caduti su cui questo eroe cammina verso il successo. La conseguenza estrema di queste dinamiche è che si sviluppa l’idea che questi individui siano dotati di qualità eccezionali, siano dei superuomini nel senso nietzschiano del termine, giustificando così le disparità sociali come frutto di un merito naturale e non di un sistema distorto. Ma il vero colpo di genio del capitalismo eroico, continua Fisher, è quello di essersi naturalizzato, di aver creato attorno a sé una aurea di ineluttabilità come se la sua esistenza sia un’inevitabile necessità. Per descrivere questo processo, Fisher conia il termine di Realismo Capitalista, ossia il meccanismo in grado di creare quella sensazione pervasiva che ci fa credere che non esiste nessuna alternativa al capitalismo neoliberale: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
Il capitalismo eroico è quindi la favola che alimenta questo realismo basandosi su tre postulati principali: che la competizione è biologica e quindi che è nella natura umana competere ed essere egoisti; che i vincitori sono i migliori, in virtù del dogma della meritocrazia nonostante le evidenze del privilegio ereditario; che il sacrificio è necessario, austerity, flessibilità del lavoro sono riforme “dolorose”, presentate come prove eroiche per un benessere che però non arriverà mai. In questo quadro, l’eroe imprenditore è il protagonista di un sistema che non può essere messo in discussione: lui è la prova vivente che quel sistema funziona, oscurando le milioni di vite che per lui si logorano e vengono scartate. È importante osservare che l’ideale eroico non viene imposto dall’alto, ma viene piuttosto interiorizzato dai singoli individui che in questo modo non hanno più bisogno di un padrone che li sfrutta, perché sono diventati loro stessi i propri personali CEO.
Si genera così quella che Fisher chiama la “malattia da prestazione” (performance anxiety), in cui lo stato capitalista non è più un oppressore diretto, ma un “appaltatore” che ci spinge a competere tra noi per servizi e risorse. Il fallimento economico o professionale non è più visto come una conseguenza sociale, ma come un fallimento personale e morale: il precario non è una vittima del sistema, è un “cattivo imprenditore di se stesso”. L’eroe da emulare non è più fuori, ma dentro di noi: dobbiamo essere costantemente performanti, resilienti, flessibili. La depressione e l’ansia diventano così logiche risposte a un ideale impossibile da raggiungere.
La storia d’Europa è dunque una storia di ferite mai rimarginate, una catena ininterrotta di conflitti che dall’antichità si protrae fino alla modernità, mascherandosi ma non scomparendo mai. L’Impero Romano, spesso celebrato come culmine di civiltà, fondò il suo dominio sulla spada, trasformando la conquista in missione civilizzatrice e piantando così il primo seme di un’ideologia tossica: quella del vincitore come portatore di progresso. Questo modello si ripete nei secoli, dalle crociate alle guerre di religione, dai nazionalismi ottocenteschi alle trincee della Grande Guerra, fino all’industrializzazione della morte nei campi di battaglia del Novecento. L’Europa non ha mai veramente conosciuto la pace; ha solo cambiato forma alla violenza. So che l’alternativa esiste ed è qui, tra di noi, abbiamo bisogno di smontare la propaganda, insegnare una storia che non celebri i conquistatori ma i costruttori di comunità, rifiutare l’economia dello sfruttamento in nome di modelli cooperativi.
Ho bisogno di ripercorrere a grandi linee il ragionamento fatto fino ad ora per visualizzarlo nel suo insieme e cercare di vedere quale sia il suo superamento: l’Europa sceglie la guerra come mezzo di sviluppo della sua società, inventa la cultura della competizione sistemica e la figura dell’eroe-guerriero; l’Imperialismo coloniale europeo esporta questo modello nel mondo, trasformandolo in un sistema globale; gli USA ereditano l’impero e perfezionano il modello affiancando alla guerra militare quella economica. La risultante di tutto questo è il Capitalismo Eroico, in cui la competizione non è più solo tra nazioni, ma anche tra gli individui e all’interno della psiche di ogni singola persona, una competizione resa affascinante da una mitologia che celebra i vincitori e colpevolizza i perdenti. La propaganda di cui le società umane sono sempre state impregnate, non è più solo quella di Stato, ma è diventata cultura diffusa, incorporata in ogni serie TV, nella spettacolarizzazione e divinazione dei campioni sportivi e dello star system, nei discorsi motivazionali e nelle campagne pubblicitarie.
È sempre Fisher a venirci in soccorso di fronte ad un panorama tanto desolante: la soluzione non sta nel trovare “eroi migliori” che significherebbe solo cadere nello stesso errore commesso fino ad ora, ma nello smantellare completamente l’immaginario eroico. Collettivizzare il successo, smascherando il falso mito del genio solitario e riconoscendo che ogni innovazione poggia su un retaggio comune di conoscenze e infrastrutture sociali. Politicizzare il malessere, ossia trasformare l’ansia e la depressione da fallimenti personali in rabbia verso un sistema malato. Re-immaginare il futuro lottando contro il “realismo capitalista”, riaprendo lo spazio del possibile, immaginando alternative basate sulla cura, la cooperazione e la comunità, anziché sulla competizione e l’eroismo individualista. In ultima analisi, la critica di Fisher al capitalismo eroico è un invito a un atto di diserzione di massa: rifiutare di essere sia il carnefice che la vittima in una guerra economica che non abbiamo scelto, e iniziare a costruire, dal basso, un immaginario condiviso che non abbia bisogno di eroi perché è fondato sulla solidarietà.
Penso a mia figlia, ai miei nipoti, a quelli che verrano, e provo il bisogno disperato di credere che abbiamo ancora una possibilità, che nel prossimo futuro si diffonda nel pianeta una cultura che tende all’armonia, ne ho bisogno molto più di quanto abbia bisogno di un fantomatico nemico, che, malato della stessa psicosi che è stata trasmessa a noi occidentali, vuole a tutti i costi l’egemonia nel pianeta.
Un po’ di numeri
Per farmi un’idea di quanto è costato all’Europa e poi al mondo intero, scegliere di imporci l’assurdo sistema sociale basato sulla bellicosità, ho bisogno di monetizzare per quanto mi è possibile i costi di questa scelta. Una stima approssimativa dei costi vivi della guerra dal 1500 fino ad oggi, ci sbatte in faccia l’esorbitante cifra (rivalutata all’anno 2022) di 65-75 trilioni di dollari. Una cifra equivalente a 4-5 volte il PIL annuale statunitense, superiore al valore di mercato di tutte le aziende quotate al mondo, sufficiente ad estinguere la fame nel pianeta per 50 anni. Una cifra che permetterebbe la transizione completa e globale alle energie rinnovabili e garantirebbe istruzione primaria e assistenza sanitaria ad ogni essere umano.
I dati in mio possesso sono però incompleti, i bilanci statali precisi sono un’invenzione relativamente recente (fine ‘700) e le stime per i periodi più antichi sono proiezioni basate su spese per armamenti, dimensioni degli eserciti e perdite di raccolti. Vanno poi considerati i costi indiretti, che non sono inclusi in questa stima. Perdita di innovazione, traumi psicologici intergenerazionali, inquinamento da con flitti, questi sono costi incalcolabili ma enormi. La cifra da me messa insieme, sebbene astronomica, non rende appieno l’idea del vero costo. Il prezzo più alto è sicuramente stato quello pagato in vite umane, sofferenza e opportunità perdute. Una stima che per quanto riguarda le epoche più antiche è da considerarsi estremamente approssimativa, ci dice che i morti totali per guerra dall’antichità ai nostri giorni, si aggirano attorno alla considerevole cifra compresa tra i 177 e i 219 milioni di vittime, di cui civili 115-153 e militari 62-66 milioni. Risalta però agli occhi l’agghiacciante realtà che se nell’antichità la percentuale di civili morti in guerra si attestava tra il 30 e il 40 per cento, nei primi venticinque anni del XXI secolo questa percentuale è salita alla vertiginosa proporzione dell’ 80–90 per cento⁵. Tutti questi numeri sono la prova contabile di un’ossessione che ha deviato il corso della storia umana e dimostrano materialmente l’enorme paradosso della cultura della competizione: una frazione di quelle risorse, investita in cooperazione e sviluppo, avrebbe creato un mondo radicalmente diverso e più prospero per tutti.
L’Europa, e poi il così detto Blocco Occidentale, ha inventato la guerra totale; ora deve scegliere se inventare la pace totale, o consegnarsi all’oblio.
Attilio Caselli
1 “Early Antiquity”, I.M. Diakonoff, University of Chicago 1991; “The Rise and Fall of the First Empire”, E. Frahm, Basic Books 2023. 2 “War and Peace”, K. Raa flaub, Wiley Blackwell 2007; “The Early Chinese Empire”, M. Lewis, Harvard University Press 2010. 3 COW Project, Michigan University; “War & Reconciliation” W. J. Long e P. Brecke, MIT Press 2003; “The War of the World”, N. Ferguson, Penguin 2012; “War in Human Civilization” A. Gat, Oxford University Press 2008. 4 Margaret Mead (16 dicembre 1901 – 15 novembre 1978) Antropologa culturale americana, autrice e divulgatrice radio televisiva. 5 Correlates of War Project, Encyclopaedia of Warfare di Grant, e studi demogra fici di Ronald McEvedy & Richard Jones.
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